martedì 13 ottobre 2009

Raised Fist - Veil of Ignorance

Ma che cavolo avranno in Svezia? Un attitudine più portata alla musica? Creatività? I mezzi (money) e le strutture per partorire roba di qualità? Probabilmente un po’ di tutto questo…fattostà che anche sto album dei Raised Fist spacca a stecca.

La prima traccia di questo Veil of ignorance, Friends and Traitors, ha un giro potente e ritmato ed un ritornello il cui cantato, orecchiabile, parla della loro attitudine come band e invita la gente a guardarsi dagli stronzi che sono sempre dietro l’angolo, ne hanno fatto anche un video; passando dalla seconda canzone They can’t keep us down molto immediata e veloce si arriva a Wounds, canzone melodica, dove delle chitarre distorte appena appena accompagnano la voce in un incipit che forse, le prime volte, farà un po’ storgere il naso ma che poi diventa accettabile anche in vista di una chiusura di canzone piuttosto pesante. Afraid è sicuramente una delle mie canzoni preferite, ritmo hc in levare serratissimo fino a 1:20 per chiudere con quello che dal vivo credo sarà un macello sotto il palco, ascoltare per credere; sulla stessa linea, per via di aggressività, la stupenda Never Negotiate che, assieme alla riflessiva Words and phrases fanno capire che quello che stai ascoltando non viene dagli USA. Ed è proprio in episodi come quest’ultima (Words and phrases ) o nella calma di My last day che viene esaltata l’ottima prova della voce, la quale si sposta varie volte dal suo tono abituale accenando qualcosa di più melodico ma senza perderci in cattiveria. In chiusura Out, canzone strumentale nella quale non sfigurerebbe qualche cantato di Serj Tankian. Ancora una volta i Raised Fist, insomma, potenza e genuinità elevate al cubo ma anche, in questo Veil of Ignorance, qualche melodia e variazione dagli standard in più…non resta che aspettarli sotto un palco, magari quello di Mezzago il 24 Ottobre? Credo ci sarò, con tutto il mio entusiasmo.

domenica 11 ottobre 2009

Strung Out - Agents of the underground

Correva l’anno 2000 quando ho visto per la prima volta dal vivo gli Strung Out: a quel tempo era appena uscito The element of sonic defiance, l’album precedente era stato Twisted by design e il lavoro successivo sarebbe stato An american paradox…a pensarci mi vien la pelle d’oca, perchè credo che quelli siano i loro 3 album da avere.
In questo Agents of the underground c’è qualcosina di più rispetto ai due album precedenti (Exile in oblivion e Blackhawks over Los Angeles) nel senso che il sound mi sembra un po’ più solido e potente, il riffing di chitarra meno scontato e ci sono dei passaggi piuttosto accattivanti anche nella ritmica. Fra le tracce degne di nota includerei la traccia di apertura Black Crosses ( ma la prima canzone di ogni cd degli Strung out è sempre stata più o meno fica, percui non conta...),poi Agents of the underground caratterizzata da un attacco potente e una voce un po’ più incazzata rispetto al resto del cd, Jack Knife che ha dei passaggi molto buoni fra le varie parti e un intro metalleggiante così come i cambi di ritmo in Dead Spaces.
Le due grosse pecche di quest’album, ma anche dei lavori post 2002, sono la voce e la uniformità delle canzoni. La voce nel senso che Jason sembra avere esaurito le melodie: è troppo prevedibile, abbastanza piatta e qualche volta sminuisce alcune parti che invece sarebbero molto valide strumentalmente. L’altra pecca è l’uniformità delle canzoni: basta prendere, per esempio, un album come An American Paradox dove ci potevi trovare canzoni cattive (Razor sex) e canzoni più soft (Satellite, Alien Amplifier…), canzoni un po’ sperimentali (Unkoil) e canzoni più dirette e lineari (Lubrificating the revolution, Contender…) era vario insomma; qui invece suona tutto allo stesso modo, come se non ci fossero più distinzioni fra le caratteristiche delle varie canzoni e fosse un unico tappeto sonoro diviso in tracce.
Vabbè dai...forse è una piccola rinascita (con la "r" minuscola comunque) diciamo così, ma la nostalgia di tempi passati rimane tanta.

3 ALBUM PER SALVARTI DALLA NOIA.

Il palinsesto televisivo è così palloso. Dovremo aspettare fino a gennaio per vedere se Jacob di Lost è effettivamente morto e capire come mai c'è un Locke vivo e un Locke morto. La pigrizia ci fa evitare palestre e tutto ciò che si avvicina all'attività fisica. Cosa resta? Di cosa abbiamo bisogno noi GIOVANI (e belli) per riempire la nostra inutile vita post adolescenziale proiettata verso i trenta? Musica dude. Nient'altro. Ecco come salvarvi dalla noia e dal catechismo.


CONVERGE – 'AXE TO FALL'

La domanda è sempre la stessa: come è possibile che ogni album dei 4 di Boston sia fottutamente fantastico? Dopo aver sbavato per Jane Doe, You Fail Me e No Heroes, ecco Axe To Fall. Registrazione perfetta, classica attitudine math-core tipica Converge che scaricano tutta la loro potenza nelle nostre povere orecchie. Basta ascoltare la prima canzone, Dark Horse, forse la più bella dell'album, per rendersi conto di trovarsi davanti all'ennesima pietra miliare del rock. Da ascoltare dopo la cacca mattutina. Ti cambia la giornata.

MARIACHI EL BRONX

Ricordate i The Bronx? Bene, dimenticateli. Immaginateli alle prese con la colonna sonora del sequel di Once Upon A Time In Mexico di Rodriguez. Suoni da mariachi uniti alla voce di Matt Caughthran, che si rivela essere un grande cantante. Un album inaspettato, ma strepitosamente originale e fuori dagli schemi. Da ascoltare sul divano, sorseggiando sangria dopo aver ascoltato l'ennesima stronzata di Vittorio Feltri

ORCHID – 'DANCE TONIGHT! TOMORROW REVOLUTION!'

I principali esponenti dello screamo. Dopo di loro il resto. Stiamo parlando delgli Orchid, quartetto del Massachusetts, scioltosi nel lontano 2002, che ha avuto l'onore di gettare le basi delllo screamo odierno. Sono i Johnny Cash del country, i Minor Threat dell'hardcore. Violenza pura condita da digressione proprie dell'alternative. Un mix letale ma perfetto in ogni sfacettatura. Un album da avere, da ascoltare e da inserire nello scaffale sotto la lettera S di Storia. Da ascoltare dopo aver litigato con la fidanzata perchè una tua ex delle medie ha commentato il tuo status di facebook.

http://www.myspace.com/converge

http://www.myspace.com/thebronx

http://www.youtube.com/watch?v=WyObVHlvaXk


giovedì 24 settembre 2009

Poison the Well - The Tropic Rot

Dopo lo stop di qualche anno, dovuto più che altro ai cambi di formazione ed etichetta, tornano produttivi al 100% i PTW, arrivando al secondo album nell' arco di due anni scarsi.
"Versions" uscito nel 2007, era di per se una bomba, soprattutto per i suoni più ricercati e il songwriting più maturo; spostava il tiro dal metal-core/post-hardcore, verso un suono più rock e più elaborato."The Tropic Rot", conferma di fatto il cambio di marcia e porta alla luce appieno le capacità di questi nuovi PTW, lasciando indietro chi voleva il buon vecchio chugga chugga metalcore stra scontato (che ormai lo suona pure il figlio 12enne della milf che sta nell'appartamento accanto...). Resta comunque garantito quel sapore di violenza misto a disperazione, che caratterizza un po' tutti i loro dischi, dato dalle chitarre ancora più cupe e batteria profonda, a ricreare un muro che ti si schianta in fronte.
L'apertura del disco è affidata a "exist underground" pezzo lento con chitarre apertissime, e melodie spezzate di punto in bianco dall' incredibile voce di Jeffrey Moreira. Il disco continua con "sparks it will rain" che ha un piglio più rock se volgiamo, uno dei miei pezzi preferiti. Con "pamplemousse" e "when you loose i lose as well" provano a sperimentare con arrangiamenti un po' insoliti, voce pulita e aperture melodiche. "antartica inside me" è un pezzo strutturato per mettere l'ansia, i cambi di ritmo mi hanno fatto perdere lucidità. Altro pezzo degno di nota è "makeshift clay you" con un tu-pa-tu-pa che dal vivo farà la sua figura.
In sostanza, a mio parere un gran disco che merita di essere ascoltato per bene e studiato per capirne le più oscure sfumature, perché è il caso di dirlo, qui il primo boccone è duro a mandar giù..
Pare che suonino niente meno che al sabotage bar di Vicenza il 30 ottobre... mica male, dal momento che è a meno di un'ora da casa.

mercoledì 2 settembre 2009

cronaca di un concerto perfetto

Un estragon pieno a metà, che urla una canzone dietro l'altra. Un gruppo sul palco che non sbaglia un colpo: precisi, perfetti, emozionanti. The Get Up Kids. Chi ha queste parole nel cuore era probabilmente a pochi metri da me, domenica scorsa e, come me, stava urlando una canzone dietro l'altra. In alcuni momenti Matthew smetteva addirittura di cantare e accennava un sorriso, quasi a voler dire "è incredibile". Eppure tutti cantavano, mani al celo, e un atmosfera che scaldava l'anima. "Holiday", e "I 'm A Lonely Dottie" tra i momenti più toccanti. Hanno fatto anche la cover dei Replacement e de Cure.. che vuoi di più?
Alla fine mi sono ritrovato senza voce, e un sorriso tipo uno che ha visto la madonna.

Volendo proprio fare i pignoli, beh, mancava "Forgive & Forget" e i dischi al merch, ma ci si può accontentare dai..

fotografie fatte da mio fratello che è molto alto e ha una macchina fotografica molto bella

domenica 19 luglio 2009

The Chariot - Wars and rumors of wars




Ammetto che è stata dura arrivare a fine cd, che sia chiaro: amo i Dillinger escape plan, qualche volta ascolto i Psyopus, con i Meshuggah mi ci addormento alla sera e non parliamo dei capolavori dei primi Norma Jean, i The Chariot mi piacciono ed ho apprezzato tantissimo il precedente lavoro The Fiancee, ma questo Wars and rumors of wars è una vera e propria serie di martellate per l’apparato uditivo. Sia come sound che è distortissimo, noise, dissonante, per nulla sintetico anzi piuttosto grezzo e sporchissimo; sia come brani che sono imprevedibili, apparentemente incompleti, un accostamento di manciate di note e grida disperate compresse fra loro, in modo forzato, che genera una sensazione di isolamento e disagio incazzato. Basta sentire le urla nel brano di apertura Teach o il finale di brani come Evolve, canzone che sembra portata a termine allo stremo delle forze prima di collassare totalmente; inutile dire comunque, che in tutto l’album è sempre presente quel tappeto di feedback e interferenze infangate quasi a voler dare l’idea che il gruppo non si regge più in piedi. Sospiri, disperazione e tempi serratissimi sono presenti in molte canzoni come Never I che si conclude a 2:44 e dopo tre secondi ricomincia solamente con batteria e una voce che fischia in lontananza…pazzi. Qualche chitarra pulita si sente nel finale di Giveth; nell’inizio di Abandon, mentra una chitarra nemmeno tanto pulita e molto riverberata suona un riff piuttosto cupo e sinistro, un’altra chitarra si accorda, si avete capito bene, si accorda…pazzi. Poi se a qualcuno piace tagliarsi i timpani allora consiglio di andare ad ascoltare la traccia numero otto, Daggers, e ascoltare tutto il finale dove una batteria cadenzata, accompagnata da un battito di mani, guida all’autodistruzione una chitarra e il suo amplificatore. Fino a quanto si può “sporcare” una traccia di chitarra in studio di registrazione The Chariot ce lo spiegano nella penultima canzone, Oversea, che riassume in 45 secondi tutto quello che è stato detto fin’ora, pazzi. L’ultimo pezzo parte con tre accordi di un pianoforte blues e finisce nella distruzione più totale. Wars and rumors of wars non è un album, è un trip che parla di 4 musicisti in debito di ossigeno che scalano una montagna e combattono per non essere divorati dai propri strumenti musicali. Grandiosi cazzari o assoluti geni? Entrambi direi.

sabato 18 luglio 2009

Death is my only friend - Death by stereo


Death is my only friend, ultimo album di una delle mie band preferite, i Death by stereo.
Una delle loro caratteristiche è quella di essere poco "etichettabili" come gruppo(è anche per questo che mi son sempre piaciuti) anche se, è facile riconoscere, nella loro musica e in quest'ultima produzione, molte influenze di tipo metal/trash, altre punk/hardcore e altre più semplicemente rock.
Metto bene in chiaro una cosa: amo tutti gli album dei DBS ma il mio preferito è Into the valley of the death.
Detto questo, posso dire che quest'ultimo lavoro risulta in linea con il precedente per la vena melodica, anzi, qui è ancora più marcata, specialmente per quanto riguarda la voce di Efrem nei vari ritornelli: viene spesso accompagnata dagli onnipresenti "UOoooooh-Oooooo-oh" dei cori come in I sing for you o in We sing today for a better tomorrow e tendenzialmente tende ad essere meno urlata o distorta.
Forse qualche ritornello eccessivamente melodico (traccia numero 4 con assolo strappamutande, ad esempio...), qualche giro di chitarra volutamente molto orecchiabile c'è e questo sarà molto chiaro a tutti sin dal primo ascolto (magari qualche pezzo vorranno passarlo alla radio chennesò...) e a proposito di melodia, la traccia numero sette, è il rifacimento di Forever and a day con pianoforte, voce, archi (synth?) e cori come se non ci fosse un domani: lacrimuccia? Non so, io preferisco l'originale.
Ok, tanta melodia, tanti girettini un pò "catchy" però... ci sono anche brani che spaccano piuttosto di brutto: parlo, oltre che della buona traccia di apertura Opening Destruction, di The ballad of Sid Dynamite, delle ottime Bread for the dead (bella la cavalcata di batteria con assolo slayeriano), Wake the dead e (forse la mia preferita) la grintosissima Welcome to my party. La stessa We sing today for a better tomorrow, citata sopra, ha un bel riffing di chitarra tirato e trash che diviene una caratteristiche delle ultime 4 o 5 canzoni dell'album, infatti, piuttosto inaspettatamente visti certi episodi stramelodici come The last song o un pò piatti come I got your back, l'album si chiude con le canzoni più tirate: oltre alla già citata Welcome to my party, Fear of a brown planet e For all my friends sparano hc da tutte le parti anche un pò old-school in certi frangenti, la prima dura meno di due minuti mentre l'ultima traccia ha detto tutto in 59 secondi. In tutto l'album ci sono assoli come se piovesse, lo smanettamento dei chitarristi è sempre apprezzato e su questo i DBS non hanno mai deluso nessuno.
Che dire in conclusione? Buon album, più lineare e prevedibile nella composizione rispetto agli altri lavori (dimentichiamoci If looks could kill...), alcune tracce ti fanno alzare le corna in cielo, altre passano un pò indifferenti all'ascolto ma il marchio di fabbrica dei DBS, che devo ancora capire bene qual'è, c'è.